lunedì 5 novembre 2007

Un giorno di umore saltellante


Mi ricordo di averti conosciuta in uno strano giorno. Un giorno di umore saltellante, quando i pensieri arrivano di corsa e tutti insieme, e se ne vanno squagliandosi, bollendo e stingendo in un tempo troppo breve.
Ti ho conosciuta in un giorno di viaggio. Il mio sguardo confusamente ti agganciò, ti oltrepassò barcollante e impastato, ma poi tornò indietro per istinto. Ti acchiappò male, mi chiamò in soccorso.
Quel giorno non mi dovevo certo meravigliare di vedere due piedi in uno solo. Ma vederlo protetto in un involucro di gelatina mi sembrò troppo, mi spinse a guardare in su. Mi avvisò che quel giorno era proprio lui.
I tuoi occhi partivano da lontano in coppie ordinate, tutte alla stessa velocità si avvicinavano ingrandendosi e dissolvendo. In file interminabili imboccavano un’ampia curva e si dissolvevano. Occhi patchwork in flusso di fuga.
Cercavo d’immaginare di quale materiale fossero fabbricati i tuoi capelli, dove finivano. Quanti?
Erano i capelli a non permettermi di distinguere chiaramente il tuo viso? Oppure era il tuo stesso viso a rendersi indistinguibile per permetterti di camminare tranquilla?
Il vento voleva regalarmi la tua gonna, poi me la voleva togliere, poi ancora. Con la collaborazione di un’automobile impazzita, ti scaraventava tutta intera e tutta quanta, addosso a me.
Le mie braccia e la tua giacca saldate insieme, e la sensazione speciale di un’unica e grande autostrada del sangue.
Fu così che persi di vista la tua testa, probabilmente si era sostituita alla mia. Perché i miei capelli non erano mai stati di quel colore. Perché il rosso di solito non uso indossarlo. Perché giuro di non aver mai portato, nemmeno per scherzo, tacchi più alti di una certa misura.
Ricordo allora che fra me e te ci fu un sapore di colla. Ricordo che qualcosa di noi cercava di segnalare alle automobili la nostra posizione infelice.
Mica me lo urlavi l’imbarazzo, stavi in me con una sola testa in comune, e pareva ti divertisse. Parlavi con la mia voce ed io invece…invece io mi preoccupavo dei nostri gruppi sanguigni, il rigetto, la brusca marcia indietro.
I pensieri, in un giorno così, arrivavano in eccesso, cuciti insieme, ed anche non miei. Riflettendoci bene le gite nel Sahara non le avevo mai fatte, preoccupazioni per il seno non ne avevo mai avute. Mariti nemmeno, semmai mogli.
E la struggente passione per l’angostura? E l’ostinata fissazione per il bianco splendente ed un’unica e costosissima marca di ammorbidente? Rotolando amalgamato assieme a pezzi nient’affatto morbidi di te, mi ritrovai a percorrere incurante la strada di casa. Consapevole di possedere oramai due ginocchia da donna, un sedere paradossale, una bocca troppo sporgente e una voce da orco.
Io non mi ero mai sognato di comprarmi dei bracciali, e le anche parlavano indubbiamente una lingua diversa. Spigolose e leggere, dispettose e pesanti, larghe e strette.
Il mostro imboccò in fretta il portone di casa.
Salivamo le scale in un involucro di gomma pane e il cuore, solamente mio per metà, sentiva il bisogno di uno specifico odore, un profumo femminile che si può acquistare solamente a Parigi.
Nel salotto il mostro sperava di poter dare una spiegazione. Nel salotto la risultante delle nostre arterie trovava rifugio nel divano complice.
Mia moglie entrò e trovò ad aspettarla solamente il divano, dello stesso colore di sempre, pulito più del solito suo. Entrò mia moglie e non si accorse dell’insolito respiro dei cuscini.
Ora vorrei chiedere a chiunque sia in grado di darmelo, un consiglio e un aiuto. Per sfilare il confuso personaggio da sotto i glutei della mia consorte e i suoi ospiti pesanti e inopportuni, impegnati in una veglia ininterrotta.
Hanno capito, hanno capito tutto. Qualcuno mi aiuti.

giovedì 1 novembre 2007

Il numero cinquantasei e la sua magia


E quando lei mi dice “Ti amo”, io cosa faccio, come mi barcameno? Mi metto a guardare la luce dei lampioni. Io sto attento a non mettere i piedi nella pozzanghera. Cerco le chiavi della macchina e quasi mi le trovo. Mi sforzo di ricordare a che ora potrebbe essere l’appuntamento con il commercialista. Vedo un amico camminare dall’altra parte della strada, lo chiamo, ma lui se ne frega. L’ho chiusa la finestra? Dovrei forse telefonare a un idraulico. E la bolletta del telefono? Se non la pago domani va a finire che me lo staccano.
E quando lei mi passa delicatamente una mano sulla faccia, io cosa mi trovo a fare?
Io penso che dovrei finalmente farmi vedere da un dermatologo. Domani andrò dal meccanico, posso pagare con un assegno. E la gastrite? Già, la gastrite! Ma questa sera cosa mi perderò in televisione?
E quando lei appoggia le sue labbra sulle mie?
Io cerco il fazzoletto per soffiarmi il naso, ma dove caspita l’avrò messo? La lettera l’ho poi scritta? La multa è sicuro che l’ho pagata? La polvere la odio, non ci dormo la notte. Dalla polvere io sono invaso.
E quando m’infila una mano nella camicia io cosa faccio?
Devo cercare assolutamente quel numero di telefono, a costo di mettere sottosopra la casa. Maledetti pezzi di carta e maledetta casa,
Oggi è giovedì, quando decido di fare la spesa è sempre giovedì ed è sempre tutto chiuso. Allora io mi metto a pensare al cotechino intensamente.
E’ tardi, è sera,piove. Lei ha tanto mal di testa. Lei vuole restare a dormire da me. Entra nel bagno e si prepara per la notte. E cosa faccio io?
Io mi metto a trafficare con il lampadario. Lo giro e lo rigiro, lo smonto. Smonto anche la radio, armeggio col riscaldamento. Faccio delle cravatte l’inventario, sono cinquantasei esattamente. Sono talmente fiero delle mie cinquantasei!
Lei è già nel letto, è nuda. Ed io cosa faccio io?
Il pavimento della cucina non è perfettamente pulito. E tutto quel grasso sui fornelli? Mica posso aspettare domani. Ci do dentro e mi faccio una bella faticata.
Lei mi ha aspettato a lungo. Lei si rialza e mi viene a prelevare. Lei mi accompagna per forza tenendomi per la mano in camera da letto. Continua ad essere completamente nuda. Mi lava e mi rilava, e si sofferma.
E cosa intendo fare io?
Cerco di ricordare l’esatta ubicazione di un negozio di elettrodomestici. Mi ritorna in mente il cotechino, dilaga. E la segreteria telefonica? Mi sono dimenticato di accenderla. Mi domando che me la sono comprata affare.
Lavato e profumato, lei mi è sopra, la sua lingua insidia la mia pancia..Ed io, cosa faccio io?
Mi sono inoltre dimenticato di caricare la sveglia. Mi sono dimenticato di chiudere le serrande prima e le tende dopo. Forse sarebbe meglio indossare il pigiama celeste. Non quello con gli elefanti, ma quello con le farfalle piuttosto. Mi stavo dimenticando persino di defecare.
Lei è ancora su di me, ed ora scende decisa fino all’inguine. Qualcosa passa da me a lei, qualcosa mi abbandona. Ed io cosa faccio?
Cerco, ma non trovo nulla da fare. Non posso far altro che restare lì dove sto, attonito e supino. E lei non ha intenzione di spostarsi, di interrompere anche momentaneamente l’operazione. Continua imperterrita a sfilarmi ogni essenza, impietosa, fino al mattino.
Fino a quando, con tono diverso, mi ordina di mettere il caffè sul fuoco.
Io di mio non riconosco più niente. Io non riesco nemmeno a dire. Lei, durante la notte, mi ha succhiato via ogni pensiero da esibire.
Un altro ordine. Ma questa volta lo sento lontano e confuso, si mischia alla voce che esce dalla radio, ancora perfidamente funzionante. Quell’insalata di parole arriva micidiale e confusa nel mio vuoto e sottomesso cervello.
Il caffè è pronto, anche il minestrone, e così il latte con la cipolla e la mostarda con le fragole. E di seguito ecco un grande coltello da cucina nella mia mano. Perplesso lo guardo, perplesso mi dirigo da lei. Io ai suoi ordini.
Ma cosa trasmette la radio, ma lei cosa sta dicendo precisamente?
Una dopo l’altra, cinquantasei coltellate. Cinquantasei come il numero delle mie cravatte. Ed ecco il potere anti ipnotico della matematica. Ed ecco l’improvviso risveglio, la chiarezza e la lucidità, il riaffiorare allegro delle cose mie.
Ancora una volta il piacere di tutte le mie meticolose faccende.

La mia patata esclusiva


Ho trovato la patata abnorme, senza dubbio fuori misura. La più grossa, la più inquietante, la più dura, la più sgradevole di tutte.
Sicuramente l’ho introdotta in casa spavaldamente, orgoglioso a dir poco.
- Questa è la mia patata esclusiva –
In lei è racchiuso il mio impegno, il messaggio e l’evidente diversità prepotente. L’originalità dei miei desideri.
La mia patata grandiosa e determinante immersa per un quarto in un barattolo di vetro, sta senz’altro a significare.
Patata io ti dono l’acqua, ti regalo l’emozione e la devozione. Faccio a te un giuramento.
Sono fiero del mio interesse esagerato, venuto su per esclusione dal disinteresse. Ne sono addirittura ghiotto.
Se marcisci tu sono distrutto io, se tu rinunci io ricadrò nel perenne. Ti scongiuro, tu sei l’ultima forma degna della più grande attenzione. Giorno e notte veglierò la tua buccia, fantasticherò sulle belle ed oscure tue ragioni. Sarà un continuo girarti intorno col fiato sospeso. Sarà un continuo domandarmi se posso esserti degno.
Anche oggi potrebbe succedere qualcosa, cullerò insieme a te questa idea, proverò a credere che siamo i soli in grado di elaborarla.
Uno strattone, un’energia che ti spinge da dentro. Finalmente il germoglio? Così presto e di slancio addirittura? No.
Cedo avvinghiato a te, che se occorre mi sveglierai, non mi tradirai di certo.
Il sonno mi suggerisce immense e complicate ramificazioni, cambiamenti repentini di rotta, meravigliosi progetti di venature. Tentacoli che spingono, che scostano, che si divorano gli infissi e vanno a sgranocchiarsi la libreria. Che per me, per amor mio si fanno nido.
Avanti o mio desiderio azzardato, non ti fermare qui. Esagera, spingiti oltre, osa di più, proponiti addirittura con arroganza, fatti giardino. Coraggio, tu non sei una patata qualunque.
Ecco rami su rami, ecco i tronchi. E i fiori, ma quali fiori, ma quanti! Fiori che sbocciano, prepotenti. Aprirò gli occhi con la velocità di una revolverata, ammirerò il groviglio che non ha fatto in tempo a sparire, che ora tanto vale che ci resti.
Noi possiamo. Io e la mia patata sregolata ce l’abbiamo la stoffa.
Dalla terra all’acqua con disinvoltura, come se fosse niente, neanche il più piccolo dolore. Un salto di qualità, anzi la fecondità e l’opulenza. Anzi l’agressività del genio che scorre da me alla patata, dalla patata a me.
Niente di fatto. Nemmeno un avvertimento, la trovata è in stallo, tutto come un momento prima. La patata ancora diligentemente nel vaso, rinchiusa, prigioniera nella sua pelle. Il vaso sul medesimo tavolo, la stanza tranquilla, ancora inconsapevole.
Bene, farò penitenza, pregherò di più, pesterò la mia stessa carne, strizzerò il mio cervello fino a che l’indecente accadrà, fino a che il primo germoglio sputatore farà la sua sorprendente comparsa.
Ah quanto diventa inutile il nutrirsi, il leggersi e il riproporsi di fronte alla mia patata, all’io patata inusitata! Cosa può mai pretendere adesso il televisore precedente mio amore, con la sua periodica crisi nascosta nel meccanismo? Il tappeto lo abbandonerò alla sua storia troppo fissa, piatta e noiosamente decorativa. Il tappeto non merita più. La libreria, anche quella, non è più degna del mio essere eretto e miope davanti al suo legno. Giuro anche a voi, o pareti, che da ora in poi non avrete più il primo posto nelle mie immagini del mattino.
Voi tutti non potete competere col miracolo della patata, rivelazione del mio intimo.
Mi darai la tua ragnatela, aldunque non potrai rifiutarti, così il desiderio diventerà solido e potrà chiamarsi verità rivelata, il nuovo mondo della mia patata.
Nulla di nulla. Il barattolo di vetro, l’acqua dentro il barattolo, la patata sfinge immersa e silenziosa. Il miracolo rimanda ancora, ma guai a diffidare dell’evento, guai a deriderlo. S’incapperebbe nell’ira e nell’implacabile vendetta delle forme.
Tu non credi? Rimarrai vittima degli artigli della tua sedia preferita. Tu non credi? Il soffitto della tua camera da letto ti crollerà in faccia.
Ma che fai? Muoviti bastarda di una patata, ubbidisci, non posso permettermi di farti fallire.
Niente! Ossia la muffa ecco qualcosa urca!
Ma la muffa non può, non ha alcun diritto di essere un avvio.
Non esiste altra patata, sostituire l’io, andarsene. La notte così, con l’idea tutta storta della mia patata stabilmente putrefatta.
Così, con le dita aggrappate ai bordi del vetro, con la testa incassata nelle spalle, gli occhi serrati e il respiro compresso. Così attraverso le ore, nella paralisi del pomeriggio. Così sul terreno minato di una nuova sera. Così nel riprodursi della notte fonda, che partorisce e trucida le speranze a favore di nuove, per poi ucciderle ancora e reinventarle più assurde, più falsamente verosimili.
Svegliati che l’ombra si sta facendo solida. Partorita dalla sgradevole muffa bianca, un’ombra di orango mi osserva pensosa.
Rimango lì, impietrito, con un’idea più spinta della sfrontata primitiva, un’idea che si è rifiutata di considerare la misura delle mie esigenze.
Ed ecco l’originalità paralizzante dell’orango patata, l’ombra abnorme della patata orango, l’attonita e blasfema verità, lo sgomento dell’orango impenetrabilità.

Il colore viola


Una sorpresa sul tavolino, quello più basso del salotto, una brutta sorpresa del mattino. La rimanenza delle lista di nozze? Un abbaglio, uno sbaglio.
Il paralume viola, un deplorevole errore comunque, al centro del salotto e nella casa di chi si crede un autentico artista, fragile e nevrotico. Il colore viola è dichiaratamente una iattura sacrosanta. All’ottimismo un’offesa. Un purissimo affronto.
Mia moglie dorme ancora e disturbarla non la si può, lei che in me assolutamente non crede.
Il lume, insieme al suo paralume deprecabile, esige un deciso atto ostile, l’immediata risoluzione, la distruzione senza tanto pensarci su.
Ma se è stata mia moglie a collocare nel salotto la iattura? Uno stimolo scioccante, un’allusione brutale al mio vuoto presunto. Uno sfottermi doloroso. Una spinta a far riemergere ruggendo il puro artista.
Il mio occhio risentito gira e si ferma sull’estremamente esagerato ritratto suo, mastodontico, sacrale, esagerato, deludente già nel concepimento. E’ in bianco e nero, ma in questa particolare mattina sembra avere un colore addosso. Viola? Non è plausibile, neanche a delirare.
Lei sta ancora dormendo, devo attendere e non posso ancora chiedere. Intanto uno spostamento è urgente.
Afferro il lume e lo sollevo, il lercio colore consistente e pesante. L’angoliera perché? Lo respinge, urla di orrore, è antica, è così nobile, è lei che regna sull’angolo suo. E poi mia moglie dell’angoliera è complice e sorella, sicuramente disapprova.
E allora lì per terra, dietro il cactus. Ma il mio amore per il cactus è grande, ha già tanto sofferto per colpa mia.
Nello sgabuzzino, prigioniero del buio pesto, l’assoluto nero capace senz’altro di annullare la forza malefica di qualsivoglia colore. Lo guardo e ne ho l’intenzione, ci penso più forte e sto fermo.
E’ il potere ipnotico, è la così alta concentrazione di molecole malintenzionate. Va bene, ha vinto e sul tavolino basso ci resterà. Sto per andare in giardino a vomitare. Sto per svegliare mia moglie e accusarla. Mi accorgo, mi sembra di vedere, sono in balia sicuramente.
Il viola gocciola giù dal paralume. Ma a quest’ora mi capita anche di vedere San Gennaro che balla il tango. La sveglio e no e allora.
Ho bisogno del verde del giardino. E quindi ritorno in salotto, prendo e deciso sbatto via il viola. Più esattamente getto nell’immondizia il “violetto di Parma”, così minuziosamente si chiama. Sono in giardino.
Guardo il cielo e riguardo attraverso la finestra del salotto, d’infilata il tavolino basso mi appare viola.
Il verde rassicurante del prato, poi bruscamente ancora nel salotto, sperando vivamente nell’interruzione della iellata visione. Mi affaccio più prepotentemente, il viola c’è, si vede ch’è colato, s’è evidentemente allargato. Allaga.
Scopa e secchio, straccio e acqua e mi precipito dentro incredulo, sforzandomi di non urlare altrimenti lei si sveglia.
Ma l’acqua da una mano al viola e d’altronde il viola è contento dell’acqua. Corre sul pavimento e s’impasta, e aumenta l’infezione lambendo il divano e arrampicandosi su, su anche per la parete d’angolo. Mi lascio così andare. Impreco, rabbrividisco, piango, sputo, tiro calci. Io la vado a svegliare.
Lei non intende, è rimasta nella medesima posizione da ieri sera, sicuramente del viola non gliene importa niente. La scuoto, l’avverto, l’allarmo e torno senza niente in mano. Torno e ritrovo.
Il viola da l’assalto alle pareti e agli indifesi soprammobili. Il Budda che ride, il cavallo e il vaso si sono arresi senza provare a combattere. Il violetto di Parma si sta mangiando la gigantografia di lei. Tiro giù e sconquasso. Il suo sonno ha ancora la sfacciataggine di rimanere intero. Il violetto schizza ovunque e peggiora. Nel corridoio e in cucina imbratta, si gonfia ed è vischioso. Inutilmente il barocco tenta la fuga.
L’acido muriatico addosso, il violetto non s’accorge e continua. E mi accorgo che il giardino si agita, gocce del violetto schifoso sul verde dell’erba. Il colore trasuda, zampilla, sembra perfino possedere una voce. Urlo talmente forte e mi precipito da lei che sogna e bofonchia.
Viola i capelli e viola la faccia sua. Le lenzuola e il cuscino anche. Dalla bocca spalancata schiuma abbondante il colore. E’ affogata, è incollata, era mia moglie.
La tocco e mi sporco di più, mi scuoto, mi spoglio e fuori di senno scappo.
Ma nudo e viola sono sorpreso dal primo tuono, il secondo e il terzo sul viale davanti a me. Al cancello mi sbarra la strada il fulmine, e la pioggia cancella in men che non si dica il colore viola.Lei s’è svegliata, ha fatto un brutto sogno e la colazione sul letto non c’è. Non ci sono mai più nemmeno io, che continuo a pulirmi via un’invisibile iattura di dosso

Fisime e contromisure


Prima di addormentarmi sono obbligato a dare spazio a certe fisime mie. Un numero svariato di manie indispensabili. Un susseguirsi di cerimoniali che, negli anni, sono aumentati e riprodotti su se stessi.
Quanti anni avevo quando, svegliato da un’esigenza misteriosa, spezzavo bruscamente il sonno di mia madre a metà della notte? Insistevo petulante, la svegliavo e la insultavo.
- Amore santo, perché dormi amore santo? Sei cattiva e non gioco, me ne vado e non ritorno –
Poi richiudevo gli occhi soddisfatto e tranquillo. Questo, momentaneamente, era il solo modo di dormire.
E, prima di dormire, allungatomi di un bel numero di anni, non potevo certo rinunciare all’obbligatoria preghiera. Ma, di seguito alla preghiera, era veramente irresistibile il bisogno della bestemmia. Ma con la bestemmia non si poteva concludere la giornata, il demonio, dietro l’armadio, era all’erta. Così ancora la preghiera e purtroppo l’inevitabile bestemmia…La terza preghiera e la terza bestemmia, e avanti, al limite della confusione.
Avevo una camera tutta per me, ero velocemente ancora più grande, quando, non ricordo per chissà quali paure, prima di addormentarmi scostavo le tende. Ci guardavo e ci riguardavo, spegnevo la luce e la riaccendevo, mi rialzavo e guardavo sotto il letto. Rispengevo e riaccendevo, mi mancava l’armadio, dietro e dentro, dentro e di fianco. Era estenuante. Il sonno esigeva anche l’apertura e la chiusura della porta, ma mica una volta sola. Era sfibrante davvero.
La casa però continuava oltre la mia porta, si esibiva in corridoi, altre camere da letto, il salotto, anzi due, una cucina, un sottoscala, un altro bagno e ancora un altro. La mania pretendeva complicarsi.
Entravo nel letto, spengevo e riaccendevo e perlustravo. Cercavo di resistere, strangolavo l’azione, m’imponevo di tornarmene a letto. Ma la mania è dura ad andarsene, la fisima è padrona.
Mi costringeva ad accendere la luce nuovamente, mi alzava dal letto, mi ordinava di ripetere l’operazione nei minimi dettagli, ricominciando dall’inizio.
Le tende, il solito armadio, il letto. La chiave della porta, aperta e richiusa, l’oscurità dentro il resto della casa, con il peso dell’ironico sonno sulla schiena e nelle gambe.
La luce del corridoio funziona bene, non c’è bisogno d’infierire sull’interruttore per sei volte di seguito, a intermittenza.
Il corridoio era apposto, e il salotto? Spostavo e rigiravo i metri quadri, qualcuno poteva eventualmente nascondersi in sala da pranzo, dovevo continuare. Tornare a letto ora avrebbe significato dover riprendere la fisima dall’inizio. Anch’io avevo il diritto di dormire qualche ora, anzi me lo stavo conquistando.
Così nella cucina, insistendo soprattutto sullo sportello del frigorifero, anche se non ero sicuro che qualcuno potesse nascondersi lì dentro.
La fisima mi aveva totalmente preso la mano.
Le altre camere da letto, anche se occupate dai miei fratelli e mia madre, aprivo e guardavo dentro, due, quattro volte, sette. Rischiando di svegliarli di nuovo.
Tornavo nel letto esausto e scosso, consapevole della schiavitù, della sua crescita e dell’imprevedibile evoluzione.
A questo mio frenetico esplorare, se volevo veramente meritarmi il sonno, si aggiungeva la maniacale e intermittente cerimonia di urinare.
La prima volta si trattava di sincero bisogno fisiologico. La seconda, l’inizio di un’altra fisima, il suo pericoloso nascere.
Sinceramente stanco e di ritorno dall’ispezione di ogni, di troppe sere, mi alzavo dal letto, riaccendevo la luce, e andavo a urinare. Un pellegrinaggio che poteva ripetersi di seguito, anche dieci volte, e metà della notte s’era ormai consumata. Ed io già nuotavo nell’ultimo anno di liceo.
Ma una sera, costretto come sempre a prendere l’estenuante decisione di andare a dormire, mi accorgevo che il mostruoso grumo di fisime non mi stava aspettando.
Entravo sotto le coperte diffidente, spegnevo la luce sospettoso, restavo in attesa immobile, senza il coraggio di formulare nemmeno un pensiero.
Le manie si facevano indubbiamente attendere, gli occhi potevano chiudersi, il buio buono dava loro il permesso. E sì che ne avevo di sonno arretrato!E sì che mi accorgevo di un grande e benefico, un silenzio in più!
Il sonno arrivava.
Forse un sogno, forse. Mi ritrovavo ad occhi aperti nel cuore della notte, ad accarezzare con cura, struggimento e leggerezza, gli angoli della federa del cuscino. Una sensazione dolce ed essenziale. Una necessità?
Muovevo delicatamente i polpastrelli delle dita per un tempo che mi sembrava meravigliosamente infinito. La nuova fisima in agguato se la rideva di gusto.
Invincibile era la tossicità emanata da quella stoffa, nuova nemica del mio torturato dormire. E dalla sua magica consistenza un insospettato bisogno di cocciuta simmetria. Una simmetria malattia.
Dalla federa del cuscino al lenzuolo, dal lenzuolo alla coperta. Il letto intero fatto e disfatto e ricomposto ancora nella notte troppo corta, nella notte mania.
La stanchezza, commossa, contava i gesti, sommava e moltiplicava, per riferirmi al mattino, per suggerirmi un rimedio qualsivoglia. La stanchezza non mi stava facendo un favore.
Numeri ovunque, numeri a soffocare, numeri sotto il letto, dentro le lenzuola, dentro le tasche del pigiama, sotto il cuscino, dentro le mutande. Numeri nel buio più scuro, numeri all’attacco.
Ad occhi aperti, prima di dormire, invece.
Quanti sono gli oggetti, quanti in camera mia. I quadri, i portacenere e gli orologi, i cassetti e gli specchi. Quante camice, quanti fazzoletti, il numero sicuro dei termosifoni. Le pieghe delle tende e le doghe di legno del parquet.
Mi alzavo, riaccendevo e contavo. Contavo attentamente e ricontavo nuovamente. Tornavo nel letto e non ricordavo esattamente.
La fisima dei numeri scompariva col mattino, ma lasciava la coda, mi prosciugava la voglia, mi lasciava ebete di fronte alle cose.
L’università forse dopo, magari un altro giorno. Quel libro era forse il caso di abbandonarlo a metà. Alzarsi dal letto avveniva gioco forza verso le due del pomeriggio.
E la fisima dei numeri non voleva risparmiarmi il confronto dei totali che ad ogni costo dovevano tentare di corrispondere.
Nottetempo dovevo ingegnarmi a spostare, da camera a camera, per poter pareggiare. Ci sono sicuramente più matite nella stanza di mia sorella che nella mia.Mio fratello possiede addirittura due sveglie. Io non ho nessun vaso di fiori. Ogni cosa, affinché potessi finalmente dormire, doveva finalmente corrispondere. E la notte era già finita. Ed un rimedio non poteva più farsi attendere.
Dividere e sottrarre, così fino a zero, fino alla negazione dell’aritmetica. Ancora una volta nel buio del nulla, nell’agenda del terapeuta.
Ne valeva la pena, e la notte russata poteva infilarsi dentro di me, di me che cascavo dal sonno.
Aprivo la finestra per gustarmi il buio movimentato e le luci della città, città che in questa specifica notte veramente mi piaceva. Grazie dottore, buonanotte mia bella città, ora mi stendo e dormo.
Spegnevo la luce e mi seppellivo sotto le coperte. Sotto le coperte rivedevo tutte quelle chiese, le strade e i ponti, i monumenti e il fiume. Affettuosamente buonanotte, alle montagne, alle campagne, alle altre città, allo Stato intero, alla nazione, al resto del continente.
Valeva la pena, per il rispetto, la riconoscenza e l’amore dovuto, un pizzico di precisione in più, e l’orgoglio di appartenenza, e il nome ben scandito. Buonanotte Roma e il sonno arrivava ubbidiente.
Uno scrupolo per la notte seguente. Perché Roma solamente? Il rispetto e l’amore non dovevano certo fermarsi alla capitale, c’erano gli altri doverosi capoluoghi di provincia. Ogni notte magari, magari senza esagerare, e senza soprattutto dimenticarsi, così che il dormire poteva diventare più sano, gradevole e soddisfatto. Dal meridione al completo settentrione.
Le città più piccole? I paesi? Le borgate? I passaggi a livello? Di dare la buonanotte anche a codesti non potevo rinunciare. Di dimenticare il già detto non potevo permettermi. Così il sonno ce le prendeva ancora, si estingueva completamente.
Buonanotte alle autostrade, alle statali e ai vicoli più stetti. Piangevo esausto, davo la buonanotte anche ai sindaci, e a tutte intere le giunte comunali.
E la luce del sole serviva solamente a documentarmi, evitare così di ricominciare dall’inizio. Addirittura da Roma capitale.

Per passare il tempo


Due bambini che giocano. Io con i miei fasulli ricordi. Mia sorella ha gli occhi piccoli, neri e dispettosi. Io sono e mi sento più grande, ho dodici anni, ho tanta voglia di giocare, ma sono più timido, ma invento di più.
I nostri genitori sono sempre fuori di casa, lavorano tutto il giorno e la sera escono. Ritornano sempre quando noi già dormiamo.
Noi bambini non abbiamo la governante perché è morta, papà m’ha detto che qualcuno l’ha strozzata.
Con noi rimane a casa la nostra vecchia nonna, ma è zoppa e, come dice papà, è anche un po’ rimbambita. Ma come possiamo giocare e divertirci con una vecchia nonna rimbambita? Non c’abbiamo di meglio.
Allora, per passare il tempo, abbiamo pensato, io e la mia sorellina, di dipingerci la faccia con il pomodoro. Qualche volta ci mettiamo anche i denti finti, quelli di Dracula. Così mascherati saltiamo addosso alla nonna, facciamo i morti stesi sul pavimento, la svegliamo di notte con un grande coltello in mano e con una candela che ci illumina la faccia. Come nei film che mi racconta qualche volta, nei sogni, il mio caro papà.
La nonna urla e noi scappiamo di nuovo dentro il letto, facendo finta di dormire. Tanto mamma e papà non le credono, perché è rimbambita così tanto. E anche perché, dicono loro, i bambini hanno sempre ragione.
Ma la nonna, e non capisco perché, ha dato uno schiaffo alla mia sorellina. Non è capace di giocare la nonna. Allora ho pensato che, se magari scivolasse, non potrebbe più muoversi per un bel po’, e io e la mia sorellina potremmo divertirci senza più schiaffi.
Abbiamo messo in terra la buccia di banana, come nelle barzellette preferite di papà. E la nonna rimbambita è cascata, si è rotta il femore.
I nostri genitori non ci hanno mica sgridato, è stata una disgrazia e la colpa è sicuramente della cameriera che viene la mattina, mai dei bambini.
Abbiamo anche scoperto che è molto divertente spalancare la finestra della sua camera quando è immobilizzata nel letto per via di quel femore. Entra un bel freddo da quella finestra spalancata.
Lei urla, si arrabbia e chiama, ma noi aumentiamo il volume della televisione, ridendo come matti. Però la nonna è forte, a lei la polmonite pare che non voglia venire.
Allora la mia sorellina ha avuto una grande idea. Aspettiamo che la cameriera se ne va, apriamo il gas della cucina e scendiamo a prendere il gelato, tanto mamma e papà tornano sempre molto tardi. Il gelato al cioccolato è veramente tanto buono, e non è cosa per i vecchi.
Che ridere, chissà se la nonna è molto arrabbiata!
Torniamo a casa dopo tre gelati a testa grandi come tutta la nostra casa, chiudiamo il gas e apriamo la finestra. La nonna è morta e la mia sorellina ha vinto la scommessa.
Ma quanti pianti si sono fatti i nostri genitori, che non sono riusciti a capire come può essere successo. E noi siamo bambini cattivi? Forse era meglio se non ci divertivamo così tanto.
La mamma dice che la vecchia e rincitrullita nonna ci voleva tanto bene. Sembra che dorma, con le mani unite e le quattro candele accese vicino al letto. Sembra proprio che sorrida.
La mia sorellina ha sentito papà dire che la nonna voleva essere cremata. Ma non si può fare, anche se è un desiderio della nostra amata e rimbambitissima nonna.
- Ma cosa significa cremata papà?-
Allora noi piccoli abbiamo preso le candele e abbiamo bruciato il letto e la nonna, per farle piacere, e per farci perdonare di tutti i nostri scherzi.
E adesso perché ci sgridano?

Con ostinazione le ore otto


Erano le otto precise. Tornò, andò di là, posò questo posò quello. Si sedette. Sbattè la testa contro lo specchio solito. Ribaltò gli occhi e si mise a tremare come una foglia. Peggio di una foglia. Dalla bocca le uscì la bava. Cominciò a mugolare, comincio ad annodarsi, comincio a irrigidirsi.
Il suono di un gong inaspettato.
- Ciao come va? Una giornata faticosa? Sei solo mio e continui ad esserlo? Mi spoglio, dipende da che ore sono? –
Erano le stesse otto dell’inizio.
Io ero lì, davanti al vino, al suo cospetto. Ero lì che mi dicevo, mi continuavo a dire e tormentavo me stesso dicendomi. Mi sudavo e mi dondolavo, avevo tutte le intenzioni di compiangermi rispolverando e rovistando in dietro.Io con i canini scoperti.
Un forte gong.
- Mi adori? –
- Ti adoro? –
- Mi desideri proprio tanto proprio? –
Dovevo affermare e tagliare più corto.
- Ti desidero veramente proprio –
Continuavano ad essere le otto.
Lei mi tirò una sedia, mi centrò col portacenere di cristallo, mi lanciò una forchetta e un cucchiaio insieme. Una pentola, il telefono, una bottiglia. Io schivai ma con scoramento grande e diffuso. Io ammetto che un sonoro schiaffone glielo diedi.
Un grasso gong.
- Come mi vuoi bene? Ti decidi a dirmelo? –
Io preso alla sprovvista, io così su due piedi.
- Mi decido e velocemente te lo dico –
Con ostinazione le ore otto.
Lei nell’angolo più scuro della casa, sotto i vestiti. Lei voleva cercare rifugio addirittura sotto il pavimento.
Io barcollai, io caddi, io mi collassai, io mi ripresi e mi rituffai. La cercai, io volevo trucidarla.
Un gong fragoroso.
- Ti voglio per sempre? –
- Mi vuoi per sempre? Se lo dici tu ci credo? –
Non mi andava seriamente di smentirla.
- Me la fai la pizzaiola? –
- Te la faccio la pizzaiola? Aspetta un istante e vedrai –
Le otto come sempre.
Io fui addosso al cane, io fui addosso a lei. Il cane tentò di rifugiarsi, io cercai francamente di uccidere, lei tentò francamente di nascondersi.
Cambio. Io mi rifugiai, lei a rotta di collo su di me, lei tentò di accopparmi, i suoi lanci ricominciarono. Io col mio vistoso ululato pietoso.
Un gong baritonale.
- O toccami almeno una volta?! –
- O allora ti tocco anche due?! –
- O guardami sotto la cintura ?! –
- O ebbene ti ammiro al disotto –
Le monotone otto, l’orologio ibernato.
Sgusciai via e cercai precipitosamente degli ortaggi, ritornai sui miei passi e li lanciai. Li scaraventai su di lei in segno di estrema sfida definitiva e categorica, una volta per tutte.
Un gong terremoto, la parola a lei nuovamente.
- Riusciamo e rientriamo per salutarci di nuovo? Per gioire un’ennesima volta? –
- Facciamolo pure, salutiamoci pure, gioiamo pure –
Le otto di un giorno che continuava ad insistere.
E lei tirò giù il primo quadro e lo pestò e lo pestò. E lei tirò giù il secondo quadro e lo sventrò e lo sventrò. E lei tirò giù il terzo quadro e lo tagliò e lo tagliò.
Cambio. Le gettai addosso il vaso, quello più grande. Lo ripresi di rimbalzo e ci riprovai. Fu così che scivolò, fu così che mi permise di andare col pensiero all’attizzatoio.
Un gong grugnito.
- Un gelato caro? Oppure un semifreddo? O mio tesoro indeciso? Che ti amo ne sei sul serio cosciente? –
- Ma sì, ma certamente, ma grazie di cuore –
Le otto, il tempo pietrificato.
Lei stava architettando di appiccare il fuoco alla casa con noi complessivi dentro, come gesto di rivalsa.
Cambio. E gettai me stesso in un inquieto torpore.
Cambio. E lei sparò a bruciapelo un aneddoto. Cambio. Io mi svegliai e gliene sparai quattro. Cambio. Lei, crudelmente, ne mitragliò dieci.
Un arrogante gong.
- Tesoro ci vogliamo? Un bacio? Mille? –
- Pure un bacio, anzi mille? Va bene, molto bene, molto molto bene! –
- Ma non mi hai detto che ore sono, me lo dici oppure no? –
Le otto, l’inizio fermo da dove era cominciato.
Io con l’orologio in mano, io glielo agitai davanti.
Cambio cambio cambio. La stessa cosa tentò furiosamente di fare lei. Il suono assordante di cento e più gong. Un contraddittorio senza fine.