martedì 6 novembre 2007

Per la salute del mio spazio


Il dilemma fondamentale riguarda il mio liquido seminale. Per la salute del mio spazio e di me è necessaria un’osservazione più attenta, una ricerca accurata e una definitiva e liberatoria diagnosi. Un’assoluzione, oppure una limpida condanna senza rancore.
Il timbro e il benestare dell’unità sanitaria locale.
Sportelli e perplessità, domande su domande, file e digiuni. Il problematico via libera, il lasciapassare per oltrepassare la targa del laboratorio d’analisi. Il primo e coraggioso passo.
E’ possibile estinguere il problema in una sola mattinata?
Devo esercitarmi misurando e cronometrando i gesti, sfidando e torturando lo stato d’animo, essendo tutt’uno con il camice bianco che, si sa, ha il nervosismo facile.
Posso riuscire arrivando al laboratorio già disponibile e sbottonato, lavato e disinfettato, profumato per decenza. Organizzando minuziosamente l’indagine, scartando e saltando a piè pari i vuoti, i punti morti, gli inutili e depressi corridoi. Contrassegnando le sedie utili e le apparecchiature indispensabili. Studiando bene alcune frasi da dire.
Mi lancio di buon’ora, evitando con diligente rammarico la prima colazione dannosissima. Nome, cognome e indirizzo. Indirizzo, età conclamata e numero di telefono. Numero di telefono e dichiarazione giurata e a voce alta del sesso di appartenenza. Stare all’erta e rimettersi in fila.
Questa donna ch’è davanti a me, ch’è stata più veloce e accorta, col suo naso contorto, può essere seriamente ammalata? Come me o di più? E l’uomo che prima di lei sospira e biascica è venuto a misurare la sua vecchiaia, ma così facendo l’ha aumentata. Il bambino accompagna oppure è danneggiato anche lui? Ha gli occhi bianchi e mi fissa, mi fissa e mi vuole avvisare, dei camici bianchi è il riflesso. Si dondola, è cieco.
Vado via, no, rimango, è il mio turno.
Nome, cognome, indirizzo un’altra volta più una. E, senza interrompere, scopro mostro e porgo il braccio, quello sinistro, sempre e solo quello, come prestabilito. Il sangue può lasciarmi da subito.
E subito devo togliermi la camicia per inquadrare il torace nell’occhio radioattivo e quindi immortalarlo. Senza respirare, senza pensare, senza chiedere e disinvoltamente. Ma un solo scatto non svela il mistero.
- C’è una macchia –
- Una macchia? Come, cosa, una macchia di che genere, e col mio basso ventre cosa c’entra? –
- Non sono autorizzato prima del risultato scritto. Si tranquillizzi, minimizzi, si rivesta e vada –
Macchiato, preoccupato e affamato, ora affidato all’ecografica verità. Dai reni fino giù, e a ritroso per maggior sicurezza. Un bel respiro, un quarto di respiro e nessun respiro, ancora il nome, poi il cognome e l’indirizzo. Perché non il numero di telefono?
Pigia l’incaricato, ci riprova. Macchè vuole sfondarmi?
- Sente dolore? Lo ripeta, ci faccia caso, stia ben attento che quest’affare costa –
- Cos’ha detto? Non ho sentito, non respiri e non parli –
Dolorante e sudicio di unguento di melassa andata a male, mi faccio infilare in’astronave. Il tubo della Tac, la cosiddetta prova del nove. Tre volte avanti e tre volte indietro, ben legato e ben stretto. Da rifare per colpa della mascella e della mosca. Da rifare ancora perché addirittura ha pensato.
E il cronometro mi vuole indicare la stanza seguente, il percorso e la registrazione del rimbombo del mio cuore. L’elettrocardiogramma, il gran momento dell’inchiostro e dell’ago.
- Batte? Che fa, è regolare? Ma cosa c’entra con il liquido seminale? –
- Zitto e fermo, che passa il tram ed è tutto da rifare –
- Ma il nome, l’età e l’indirizzo? –
- Non gliel’ho chiesto? Sarà la stanchezza. Glielo chiedo dopo –
- Come? Cosa? Perché? –
- Fra una settimana, non prima. Tanto lo sa che una settimana c’è sempre nel mezzo –
Con l’ombra, il dubbio, la debolezza e la fame, m’incammino verso l’ultima tappa, quella riservata finalmente al succo di me. La mia sintesi spiata al microscopio.
Devo raccogliere il mio liquido seminale in un contenitore specifico e caratteristico. E la mattina sarebbe finalmente terminata.
Mi si offre l’opportunità di un rifugio, uno spogliatoio. Un sottovuoto nel quale l’azione si dissangua e smarrisce il motivo, muore. Nemmeno muore, non è e basta.
Il liquido dunque deve uscire da me, osservato da una folla di cappotti, sciarpe, cappelli e camici. Sono i cappelli però che più mi disturbano. Oltre la porta posso sentire chiaramente il via vai, lo scartamento e lo stantuffo, dei pazienti l’impazienza e la scoglionatura delle infermiere, i gelati commenti delle siringhe. Il contare e ricontare del direttore capo in testa, le risate sfottenti di qualche verdetto finale.
Non c’è la chiave nella porta, c’è un grande e luminoso buco della serratura.
E il motivo come posso cercarlo?E l’imbarazzo come posso ucciderlo? E i necessari pensieri avulsi, stranieri e necessariamente deviati, non salgono a galla.
Scade il tempo e io resto col mio prolungamento che si schernisce e non vuole.
- Ei là dentro ha finito? Mi dica a voce alta l’indirizzo, il nome, il cognome e il sesso-
Io rinuncio e allora me ne vado e anche non me ne frega e non mi piace e non voglio più. Punto e basta.
Invece eccezionalmente, verificata l’importanza dell’analisi, potrò tornare nel pomeriggio, ma sempre nello sgabuzzino senza chiave. In più ci sarà la sorpresa di uno sgabello e di alcune riviste da sfogliare e guardare attentamente.
E allora, quand’è così le bionde si mischiano con le brune. Le espressioni diventano umide, le carni saporite, il pongo. Gli anfratti senza più segreti, le gole e le lingue, le mani identiche ai piedi. Davanti alla porta un continuo e musicato passaggio.
Il pomeriggio si esaurisce ma il liquido seminale non vuole uscire. Allora la mattina seguente? La compagnia dei cappotti e dei camici si sarebbe potuta spostare.
Sì. La stanza appare meno affollata, priva di spettatori e più intima. Forse tremendamente desolata. Fuori della porta le voci sono sempre voci, più allusive e meno squillanti.
Sullo sgabello, accanto alle riviste, aggiornate e arricchite e sempre truculente, un paio di mutande rosa. E, fuori, la voce della probabile proprietaria., la migliore infermiera, sicuramente brutta e certamente segaligna. Sicura di avermi facilitato.
- Dica, così va meglio? Abbiamo indovinato? Abbiamo fatto un passo avanti? Coraggio che lo sgabuzzino ci serve –
Ma no perché le mutande rosa sono frasche di bucato, e il sapore di detersivo non è effettivamente eccitante. Ma la consegna appare forzata e inderogabile.
Un altro pomeriggio, davvero l’ultimo a mia disposizione. Un dopopranzo ancora a tu per tu.
Dunque una poltrona al posto della sedia scomoda. Lo sgabello, le solite riviste più altre dieci, il paio di mutande più una radio. Mi siedo e mi aggiusto, sfoglio, odoro e cerco di sintonizzarmi. Gracchia la radio e le mutande adesso hanno l’odore della brutta infermiera.
Chiudo gli occhi e con la mano, sempre quella sinistra, slaccio i pantaloni, con quella destra reggo il recipiente. Ma mi ricordo di non essere mancino.
Cedo allora alla mano sinistra il recipiente, la mano destra è, presumibilmente, più pratica e leale. Comunque devo fare i conti con il torpore del dopo pranzo, incoraggiato dall’inaspettata comodità della poltrona. Nulla di fatto se non più riposato.
La mattina presente una deroga mi spetta e mi presento in anticipo addirittura. Possono forse restituirmi la sedia scomoda da puntellare contro la porta senza chiave? Fino a mezzogiorno e poi basta.
Con la porta bloccata tutto si dimostra possibile, l’ipotetico si dispone ad accadere. C’è troppa luce, la stanza angusta è attrezzata di una finestra senza imposte e senza tende.
La luce è inquisitoria, decisamente mi blocca.
E qualcuno bussa. Forse è la brutta infermiera che pretende indietro le mutande sue?
- Si sente male, ma come è possibile? Forse i suoi gusti sono più ampi di quelli sospettati? Ma che sta dormendo? –
Quindi le riviste si arricchiscono di personaggi a sorpresa. E come se la ridono fuori della porta! E che ressa!
Bussa entusiasta l’orrenda infermiera
- Apra. Mi siedo accanto a lei là dentro? Il direttore avrebbe pensato che un televisore e un video registratore, con una bella scorta di cassette. Guardi che ha tempo fino alle otto di stasera. Forza orsù che ce la fa –
Nell’indecente così mi tuffo. Gambe e schiene, lingue e ascelle, teste e braccia bianche e nere, interiora grotte e foreste, sciacquettii e perlustrazioni. Quarti di bue ancora freschi e pulsanti, zombi senza ironia. E ancora bocche e deretani di alieni in cattività. Fiati rauchi interrogati e torturati da riflettori arrapati.
E un crampo alla mano destra, e l’escoreazione psicosomatica, e il torpore. Il televisore ritorna nero. Ed io per caso sto russando?
Ma una parola, un suono, oppure addirittura un disatteso avverbio, dal dentro di me o fuori della porta, sussurrato da un paziente inconsapevole. Una veloce e sorprendente durezza lancia in alto il liquido seminale incredulo.
Ma quale parola? Ma che tipo di meccanismo? Non so, già non ricordo, mi rammarico.
Il contenitore, sorretto dall’altra mano, cerca il liquido, lo insegue, non lo trova. Morente, ha appena inumidito il pavimento.
- E il nome, il cognome e l’indirizzo? Rinuncia così, senza poter essere riconosciuto? Mica può farlo. La scienza che dirà? -

Dove nessuno oserà raggiungermi


Cosa c’è in quel bastardo arancione? Un lamento agghiacciante venuto fuori da un sogno appiccicoso. Un cucchiaio bucato, il coltello, il fuoco, il muso della belva, il sogghigno, l’occhio bianco, quella strana dolcezza, il blasfemo. Il ricordo strozzato.
C’è la testa del pappagallo, l’accetta e lo sguardo obliquo, la testa decapitata del mio gatto.. Quell’amore, al primo tragico chiarore del giorno. La luna che scompare nel baratro, la frase contraria al pensiero, il vento caldo.
Ci sono i giganti prigionieri del fango, un fango bizzarramente arancione. Il colpo di rasoio e l’urlo, un urlo continuo e ripetuto nel campo di girasoli.
Il bacio arancione del mostro, la sua tristezza, la forza ignobile della sua gola.
Io voglio andare laggiù, dove nessuno oserà raggiungermi, fino dentro l’essenza di quel colore. Lì dove la puzza d’orina è così forte. Lì dove riposano l’una dentro l’altra due menti giustiziate.
Quella terribile musica è il respiro del colore, il suo autentico perché. Nel culo e nella testa il bruciore, la luce assassina sulla strada del ritorno. La frenata brusca, il colore del bagliore prima che il cuore interrompa il suo battere.
L’amore, l’amore di che, l’amore di cosa? La cattiveria sublime di una chiavica di sentimento. Devo ridirlo mille volte ancora.
Voglio uccidere ancora, ancora inginocchiarmi, pentirmi ancora. E ricominciare, e pregare tanto, e correre e correre.
Scavare e scavare, strappare e strappare. Arancione senza scampo e ovunque. Riderne fino a scoppiare.
Buchi ovunque dentro di me, buchi sorgenti dai quali sgorgano enormi quantità di quell’arancione liquido e velenoso.

lunedì 5 novembre 2007

Il motivo


A destra e a sinistra una grande folla, spintono fra le teste più alte e voglio guardare anche io. Non sono lì per caso e non intendo perdermi nulla.
L’uomo è di ossa, ha il collo che parla da solo. Ha un occhio troppo celeste e troppa brillantina sulla testa. L’uomo ha i polsi esili e i baffi ispidi. Finti?
L’uomo si scrocchia le dita delle mani e si prepara.
Prova il primo passo poi torna. Cerca il motivo? Cerca lo slancio?
E la gente è lì che si chiede.
Chi è e chi invece non è affatto. Cosa mangia di solito. Se per caso è infelice più del livello di guardia. Se i suoi parenti sono loro compaesani. Se il suo spettacolo rientra nell’avanguardia e dentro questa si rigira. Se è pazzo o scemo oppure calcola.
Se magari ha un utile o se magari si sente inutile. Se prima ha soddisfatto i suoi bisogni o se ne ha altri in programma. Se agisce senza grigie eminenze di dietro.
Se è rimasto in contatto con la madre e a che età ha finito di odiarla.
Se le sue intenzioni sono per i tre quarti marce. E se questa volta muore? Qualcuno ha pensato qualche cosa in merito a questo?
Ma se è vero che non pensa, che non ambisce, che il suo non è sicuramente un divenire e nemmeno un diminuire ? Ma il bello ed il buono per caso lo interessa ? ma l’arcano lo attrae?
C’è o non c’è di che avvalersene della sua esibizione? Non parla perché non parla o perché non sa parlare? Quali cose eventualmente non conosce?
Capisce che le precauzioni intorno a lui sono inevitabilmente di ordine pubblico e psichiatrico ? ha un suo pubblico veramente affezionato? Ci sarà un trucco, ne avrà di ricambio?
Li ha fatti i dovuti conti col simbolo e il significato? Tutto questo ha allacci con l’avvenire, è forse puro e pericoloso empirismo?
Le parole servono solo a se stesse, le azioni fanno comodo solo a se medesime.
L’uomo guarda in avanti, fissamente. Si sta per avvicinare. Il pubblico, numeroso già s’immagina tutto finito, già vuole un bis, già ne vuole rigodere che quello non si è ancora mosso.
C’è qualcuno che non sa resistere ancora prima dell’esibizione. Perché il fine a se stesso gli è tossico, perché lo vorrebbe fare lui, perché per lui il dolore è un problema irrisolto.
L’uomo prova ancora una volta la consistenza e la determinazione, senza concedere nessuna soddisfazione ai doppi sensi.
Diluviano allora tutti gli altri inutili quesiti.
E si dà coraggio. E deve dimostrare. E ha paura anche lui della morte. Ed è colpa della sua malata sensualità. E’ sicuramente una patologica forma maniacale. E’ un segno ostile, di questo sicuramente si tratta, un grido di battaglia. Oppure un’allusione alla natura. E’ uno strappo, indubbiamente un fasullo. L’irreversibile l’ha fregato eccetera.
Il pubblico schierato fiuta la tragedia esaltante.
Fa un gran respiro, non si guarda intorno e in linea retta si avvia. Mille volte nei cuori della gente l’azione si ripete, va a ritroso e ricomincia.
Fino al tramonto è lo stesso rumore: SPAF!

Andreina


Mi ricordo troppo bene i suoi occhi grandi, troppo neri, sgomenti.
Andreina trova il cancello aperto ed entra. E’ giovedì pomeriggio, un pomeriggio grigio, immobile e rovente. In giardino non c’è nessuno e lei arriva fino alla porta della grande casa dominata dal leone di pietra.
Quel giorno, come tanti altri giovedì, lei e il suo compagno di scuola fanno merenda insieme. Masticano seduti su di una massiccia panchina di pietra, all’ombra di uno scorbutico albero che ha solo voglia di raccontare faccende non lecite. Il suo compagno di scuola non parla molto, è timido, forse per questo le piace. Masticano, talvolta sorridono, talvolta si guardano Andreina è una ragazzina di diciassette anni magra e troppo lunga e adesso suona alla porta di quella grande casa.
Il suo compagno di scuola non apre subito, forse è fermo dietro la porta e la guarda chiusa, poi apre lentamente guidato da un automatismo. Sorride e scende due scalini. Si ripete come ogni giovedì lo scambio troppo lungo di sguardi silenziosi. Andreina vorrebbe prendergli la mano ma, come ogni giovedì, ci rinuncia. Anche in classe questa voglia non la può soddisfare. Andreina non s’è accorta che oggi pomeriggio il leone di pietra ha la bocca spalancata.
- Facciamo merenda? –
Gira su se stesso, risale gli scalini e rientra in casa. L’intero giardino ha un brivido di spavento, ma Andreina non se ne accorge. Sta lì ferma, con i suoi grandi occhi spalancati e sorride.
Dentro il ragazzo chiede qualcosa alla madre, poi, tranquillamente di nuovo esce, con la merenda nelle mani.
Andreina barcolla sulle gambe
- Cos’è, che roba è? –
Ha detto troppo, ne è sorpresa anche lei. Il suo compagno di scuola ha nelle mani due cuori ancora pulsanti. Attraverso la porta aperta Andreina può vedere, sul grande tavolo della cucina, i corpi senza vita dei genitori, con i toraci aperti.
- Io sono timido, non so spiegarti perché…una merenda diversa -

Come combattere la stitichezza


Quella fotografia, il mio occhio sinistro si ribella, trasmette il suo disagio alla pancia, ma l’immagine è ormai penetrata.
C’è qualcuno, si alza svegliato da un incubo. Ha dormito male, ha dormito in terra, in una soffitta sulla cima di un palazzo di tanti piani. Un palazzo stuprato, bucato, squarciato, trapassato dall’odio e dal piombo, accecato dal nero di un fumo che infierisce sulle tante ferite.
Ha dormito con un cappotto addosso, sporco, sdrucito, di un verde che non si riconosce più. Si alza a sedere sul pavimento, gli occhi, spalancati anche nel sonno, restano aperti e immobili, come quelli di un cieco. Addosso, oltre il cappotto, porta ancora con sè il suo sogno, è solo in un relitto scassato e alla deriva, in un mare grigio e oleoso. Tutto intorno a lui puzza di cipolla.
Ha dei ricci e duri capelli neri attaccati con forza sulla fronte bassa, due baffi folti e puzzolenti di zolfo e nicotina, e la barba ispida come i peli di un vecchio cinghiale.
Accanto a sé due bottiglie vuote ed una terza a metà. Accanto alle bottiglie una rivista sgualcita, sfogliata mille volte, uomini e donne nudi, peli e carne su carta impregnata di sperma.
Spalanca la bocca in uno sbadiglio muto e sguaiato, allunga una mano cieca e acchiappa la bottiglia a metà. Manda giù con un brivido di schifo e si tocca la pancia. E spinge e martorizza la pancia che gli fa male.
Si alza barcollando in piedi e va verso un grande squarcio del muro. Lì sotto c’è la città, le sue rovine, una strada deserta.
Davanti a sé, sulla linea dell’orizzonte, ci sono le colline dello stesso verde inquietante e criminale del suo cappotto, quel verde scuro che adesso serve a costruire bare. Guarda in giù, guarda e immobile ascolta. La pancia gli fa male, spinge, contrae, ma nemmeno aria gli esce.
Sotto qualcuno sbuca da sinistra e corre, è una donna che stringe fra le braccia un filone di pane. Corre, inciampa, si rialza e corre.
Lui fruga nelle tasche in cerca di una sigaretta, ne trova una, la spezza e accende. Laggiù un cane abbaia, laggiù dove la città è coperta da una foschia funebre, dove ogni rumore è forse solo il ricordo di se stesso.
Si riaccosta allo squarcio nel muro e guarda di nuovo giù, c’è un vecchio che trascina un carretto, ma non corre, cammina lento, attendendo qualcosa. Allora addenta il pezzo di cipolla che gli ha infettato il sogno, mastica ma poi sputa, la pancia gli fa male, vorrebbe defecare, è quello il momento.
Si tira giù i pantaloni senza levarsi il cappotto e prende un foglio dalla rivista sgualcita. Ci prova, ma da lui non esce nulla.
Bestemmia e spinge ancora, si tira su i pantaloni senza riabbottonarli, srotola un grosso straccio di stoffa militare e si stende in terra, davanti allo squarcio nel muro. Ed ecco una voce invisibile, la voce di un bambino laggiù, e quella di sua madre che lo tiene per mano e vuole convincerlo a correre.
Adesso la voci si vedono, escono allo scoperto. Dalla stoffa militare estrae un fucile, prende la mira, lascia le due voci allontanarsi di più, quasi fuori tiro, quasi a tuffarsi nella salvezza. Adesso spara un colpo solo, un colpo solo e basta.
Il bambino è in terra con il cervello sparso sulla strada, la madre si gira verso il grande palazzo e urla, urla di sparare ancora e su di lei. Le urla invadono la strada e l’intera città che tace ostinatamente.
Tira indietro il fucile e finalmente, dall’interno di sé esplode una fragorosa e liberatoria scorreggia. La stitichezza del cecchino per oggi è finita.

Tu suoni alla porta


La porta trattiene il respiro. Tu suoni alla porta, io ti vengo ad aprire. La mia mano destra accompagna la porta. Tu hai la mano sinistra occupata, una valigia.
Ci guardiamo, tu non dici niente. Appari presso di me con un collo troppo lungo e due spalle troppo esili. Cerco i tuoi occhi.
Stai per fare un passo avanti, dunque lo fai. Chissà per quale motivo mi viene in mente che dietro potresti avere una coda di gallo. Potresti avere un cigno sgozzato nella valigia, potrebbe essere un dono per me.
Ora poserai il cappotto, oppure senza fare nulla tornerai indietro, o piuttosto aprirai quella bocca nascosta dalla quale usciranno arance invece che parole.
Posi la valigia, lo fai senza piegarti, senza cambiare il ritmo del tuo mistero. Quando hai suonato sapevo il tuo nome e tutto il resto, ora ti guardo e devo pensarci bene.
Ti stai per liberare del cappotto, non dici niente. Adesso sarebbe del tutto naturale se la tua valigia si aprisse da sola, solamente comandata da un’esigenza.
Ne uscirebbe una sola stanza con nel mezzo una sola sedia e in alto una sola finestra, con un solo raggio di sole.
In un angolo remoto un sognatore orologio.
Cosa hai intenzione di fare adesso? Entrerai più in fondo e prenderai possesso dei sogni ancora a disposizione? Vorrai senz’altro lavarti le mani, ed io potrò finalmente dirti.
No, l’attesa non si rompe, ed io devo ancora rispondermi a proposito di te, che per il momento non accenni ad andare avanti.
Tu mi osservi da un universo ritagliato e incollato, universo che tende al marrone, o meglio, il marrone tiene insieme codesto universo.
Alle tue spalle, dietro di te più nitida e lontana, in prospettiva, una teoria di costruzioni con finestre fitte, tante, tutte uguali. Sulla strada un uomo tende le braccia ad una donna costretta a subire il prolungamento della sua stessa testa. Ma c’è anche un secondo uomo che vorrebbe prenderla con sé. Per strapparle le budella e sputarle via.
A fianco, a sinistra della contesa, una figura in negativo guarda un punto lontano e non dice. Forse è di te che si tratta.
Immediatamente sotto, un insetto pare sbocciare da un volto più grande, un viso che gli fa da tana, una faccia d’argilla.
E’ un pensiero che ti rientra addosso dal plesso solare. E’ una presentazione come un’altra, un modo di farsi ricevere, un sistema per mostrarti a me. Un rebus.
Avanzi nella penombra, emerge il tuo viso.
Mi appari disegnata su di un pallidissimo celeste, un celeste raschiato via nel vano tentativo di consumarlo, di estinguerlo. Un celeste anziano.
La bocca tua un accennato rombo, dipinto giusto perché ci deve stare, giusto perché è giusto che ci si metta. Un rombo che adesso è muto, stretto e intenzionato a non aprirsi, almeno per il momento.
Nel celeste sbiadito e corroso hai una moneta per orecchino, e la collana si compone di altre monete con altrettante facce messe a confronto con la tua. Tante copie di te.
Il filo bianco che tiene insieme il tuo viso si immerge nel corpo che non si vede, che non trova la luce che abbisogna.
Ti trovi già, senza aver camminato, ai margini della stanza che promette. Ma che ancora non regala luce piena.
E’ lì, ai margini del cambiamento di stagione, che si rivela per un lungo attimo la donna fiore.
Linee rosa, linee blu di Prussica. Questi sono i contorni che la finestra, ancora lontana, mi rivela per dimostrare la sua commozione nel riceverti.
La donna fiore un folletto, la donna fiore dura ben poco. Ti guardo meglio Ti osservo di più e non riesci a diventare un fiore a me familiare, non so ancora distinguere.
Non ti decidi.
Adesso avverrà l’esplosione, ti solleverà e, invece di scagliarti, ti terrà sospesa in alto, inclinata ad arco. Nel fumo soltanto un uccello impassibile osserverà la tua sospensione, a sorvegliare che tu non ricada, che la tua scomoda situazione si tramuti in disegno e ti condanni.
Non c’è verso di decifrarti, non c’è verso di chiarire.
Il qualcosa che ti ha seguito fin qui non vuole farsi avanti, resta timido e si dimostra garbato dietro di te.
Il gonfio e verde mostro ha un pallido sfondo di cartone attaccato al sedere. Non avanza, aspetta l’evolversi della scena, che io dimostri almeno piacere nel riceverlo.
Immenso nella sua mole e leggero al tempo stesso. La sua una terracotta di un bel verde davvero. La sua una testa metà di toro, l’altra metà appartiene all’elefante. Le corna e le zanne sono bianche, gli occhi, due fori neri spaventosi e profondi, hanno qualcosa dell’animale domestico. La terrificante mascella non è altro che un origamo di cartone.
A piacere si può scegliere il verso del mostro, si può anche unire il davanti con il didietro. La proboscide, all’occorrenza, può partire dal sedere e andare a congiungersi alla bocca, diventare coda. Sta di fatto che il mostro domestico è tutto lì, da qualsiasi parte si cominci a considerarlo. Sta di fatto che tu l’hai portato.
Cos’altro hai lì con te, cosa vuole significare tutto questo? Sei nella stanza premiata dalla finestra in piena luce. Forse vuoi sederti, hai ancora il cappotto.
Ma il buio improvviso ti riassale, ti afferra, vuole cambiarti fisionomia. Tu non fai resistenza.
La tua metamorfosi assume l’aspetto di un polmone canceroso, adesso possiedi una testa di varano. Il braccio di cobra accarezza affettuoso una forma composta di pezzi che potrebbero essere i tuoi.
Ogni particolare si allontana e diventa difficoltoso il riconoscerti.
Stregonerie. Ti impregni nuovamente di colore, di molto più alta, accetti e ingoi la luce. Un grande e vaporoso mantello rosso, rosso di piume al posto di un comune cappotto, per farti regina, per elevarti a sposa.
Sopra il mantello la testa di civetta, una civetta dagli occhi gelidi e cattivi,come di solito non si addice ad una sposa in carne ed ossa.
Con la nuova testa sei altera, finalmente più forte. Non hai alcuna pietà per la tua parte scacciata, che si attarda ancora ai tuoi piedi, che si ostina e piange. Non accetta di essere di molto più brutta e fragile della madre sua.
Tu sei l’atroce sposa e fai la prova generale dei tuoi atteggiamenti.
Potrei metterti a disposizione una frase esca, per darti l’opportunità. Vorrei individuare il costruttivo nel tuo silenzio enigmatico.
Ora è la volta del Papa e dell’antipapa. Ora hai una testa di cavallo, hai due teste di cavallo che si stanno davanti.
La prima con tanto di armatura e grandiosa nel suo aspetto, servita e amata quanto le si addice. La seconda nel suo logoro vestito rosso stracciato e vinto, ma doppiamente pericolosa nella sua sottomissione.
Ambedue si gettano in faccia quello che posseggono di regale.
Tu mi osservi. Si è rotto il ghiaccio oppure stai per andartene di nuovo. Se posso ardire vorrei la tua idea sul silenzio.
Sei sul divano marrone. Il muro, lo spigolo, il chiaroscuro, il palmo cubista della tua mano. Il concavo, l’orecchino e la profondità, il pollice, l’ornamento e la solidità. Il muscolo, il tendine, le dita della mano e della candela l’immagine ricorrente. La piramide e il recipiente, la proposta trapezoidale. Il tuo laboratorio di falegname. Il tuo negozio di bambole.
Ti riproponi, continuamente mi costringi.
Accanto a te un frutto aperto, la sua polpa rossa e lacerata. Te come il frutto, il suo dividersi, il suo miracolarsi in viva carne. Tu e i miracoli, uniti e inseparabili.
Pieghi la testa all’indietro, questo il momento cruciale, questa la chiave del rebus, un’incrinatura nella tua ermeticità. L’occasione di saperti con dettagli maggiori.
La testa all’indietro. Qual è il movimento seguente?
Sul tuo viso un intero paesaggio. Neve e rocce, tetti e camini, scalini e vento, laggiù alberi secolari, colline e colline, echi e sogni, una finestra. Sanatorio.
La mia casa sembra già al corrente, ma io fatico a capire. Ora ti espandi fino ad abbracciare una figura che si forma sul momento, approfittando degli spazi che tu stessa lasci vuoti. La circondi, fai in modo che il suo colore sia digerito dal tuo.
E’ un lungo e totale baciarsi senza che nessuno spazio resti escluso.
Dove sei tu, dove il tuo rosso? E’ turgido e immerso nel bacio. Si scorge solamente un tuo piede, rimasto nel suo colore d’origine. Un piede che all’amplesso arrendersi non vuole.
La tua entrata.
Vado con gli occhi al pavimento. La valigia ti è affianco e tu sei intenta ad estrarre. Ben venga un’azione precisa.
Estrai e posi delicatamente, sistemi sul pavimento quello che la valigia ti vuole dare. Gesti da rituale.
Affondi la mano fino quasi a far scomparire il gomito, tiri su, estrai e posi, tiri su ancora, ancora estrai, posi.
Ecco la donna foglia, la donna libro e la donna preghiera. Segue la donna lillà, la donna lievito e la donna sussurro.
Inoltre la donna acqua, la donna profumo e la donna esternata. Segue la donna anagramma. Esce la donna ricamo, la donna rifiuto e la donna girasole.
Posi la donna lucertola, la donna sirena e la donna troppo alta.
Lentamente la donna erba, la donna gravida e la donna bambina. Distribuisci anche la donna leonessa, la donna indaffarata e la donna hollywoodiana.
Vuoi grattarti il naso ma continui il flusso, si fa strada un tic nervoso.
Una dopo l’altra la donna incarico e la donna sorriso, la donna sonno e la donna martello, la donna inchiostro e la donna che va via. La donna che mai più si ripresenta, la donna offesa e la donna derisa.
La donna guerrigliera, la donna buongiorno e la donna speranzosa sono le ultime ad uscire dalla valigia.
Una folla sul pavimento. Io vorrei osare un chiarimento. Io che sperimento obiezioni.
Sei senza cappotto, sei con le gambe accavallate e ti rivolgi a me, limpida e inesorabile.

rapporti sessuali con gli impressionisti


Io tentavo faticosamente di muovere la lingua di sonno trai denti e il palato. Un appiglio per quel giorno. Lei era già sinceramente in collera, aveva pugnalato già, si era vestita e svestita. Aveva già pascolato e rimuginato. Aveva appena rimproverato il solito calzino sporco spaiato e cubista, e abbaiato al cane.
Era già uscita e rientrata attraverso i muri, lasciandoli miracolosamente più bianchi e più intatti.
Io sbattevo violentemente la testa nel ben conosciuto e temuto spigolo, e tentavo di guardare come ci si può svegliare definitivamente.
Nel frattempo lei si era già studiata a tavolino tutte le strade e le scorciatoie possibili per raggiungere la chiesa. Tre cose aveva già scritto, delle quali una la considerava fin dal suo nascere marcia, superata e di un pessimismo non adatto al risveglio della mattina.
Io decidevo di non avere più rapporti sessuali, durante la notte, con gli impressionisti. Gia gli infiniti appuntamenti del suo volontario precariato galleggiavano sopra la testa del cane.
Io stavo pensando di lavarmi e l’inizio di altre cose.
Lei già l’aveva dipinto così, ma sicuramente con il gomito e il ginocchio più maestosi. Lo aveva fatto in un giorno bislacco, certamente da non ricordare.
Io meditavo un’informazione che non c’entrava col contesto. Il sapone dov’era?
L’orologio di lei non voleva morire, seguitava a testa bassa e in avanti. Già, prima di svegliarsi, lei aveva deciso che delle due sue, era valida e piacente solamente la gamba sinistra.
A me non restava altro che ricongiungermi nuovamente con il famigerato e pericolosissimo spigolo.
Il cane voleva uscire assolutamente e sia io che lei comunicammo a rotta di collo contro un nuovo spigolo sconosciuto, in un nulla di fatto lordo di sangue. Uno scempio piuttosto chiassoso.